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24-10-2007

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   New !       Il declino europeo               
Perché il modello irlandese funziona, quello scandinavo no
Martin De Vlieghere and Paul Vreymans


Il "modello sociale europeo" si dimostra sempre più inadeguato a un mondo globalizzato. Direttamente o indirettamente, ad esso sono riconducibili problemi quali un insormontabile debito pubblico, una popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. In realtà il dato reale sulla disoccupazione è assai più alto, forse addirittura doppio, a causa della disoccupazione occulta. Tenendone conto, essa si assesta a livelli paragonabili a quelli della Depressione del 1932.

Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale è superiore al 4 per cento, grazie alle locomotive cinese e indiana (che corrono con tassi a due cifre, o poco meno) e degli Stati Uniti, che crescono di circa il 4 per cento. Questi paesi hanno saputo cavalcare le dinamiche della globalizzazione. Per contro l'Unione Europea cresce ad un passo di circa l'1,5 per cento. Quali sono le ragioni di questa avvilente performance, prodotta tra l'altro dal più grande mercato unico del pianeta, e in un'area che potrebbe sfruttare una imponente dotazione infrastrutturale, alti livelli di formazione ed etica del lavoro, un clima favorevole e, non ultimo, del grande potenziale rilasciato dal crollo della Cortina di Ferro? L'intero arsenale di strumenti keynesiani di rilancio dell'economia è stato messo alla prova. E ha fallito. L'imponente deficit spending degli anni Ottanta e Novanta ha prodotto uno stock di debito senza precedenti nella storia, senza considerare le passività occulte generate dai sistemi pensionistici a ripartizione. Il debito pensionistico non finanziato è pari oggi a circa il 285 per cento del Prodotto interno lordo, cioè oltre quattro volte le cifre ufficiali. In assenza di interventi appropriati, nei prossimi due decenni saranno necessari aumenti d'imposta tra 5 e 15 punti percentuali solo per mantenere inalterata questa incidenza di debito, uccidendo definitivamente la crescita. Le fondamenta del modello sociale europeo poggiano essenzialmente su debiti che dovranno essere onorati dalle generazioni future.

Anche la politica monetaria europea ha fallito: la crescita della massa monetaria M3 ha ecceduto, dal lancio dell'Euro, il tasso di crescita economica reale di un 5 per cento medio. I tassi  d'interesse reali sono negativi da parecchi anni, e l'ovvio effetto di questa situazione è stato lo sviluppo di una asset inflation e di  una bolla speculativa senza precedenti, la cui manifestazione più evidente si osserva nel settore immobiliare. Nello sforzo di continuare a ballare sul Titanic, la catastrofica situazione europea viene sistematicamente occultata all'opinione pubblica. Eppure, dovrebbe essere chiaro che il problema dell'Europa è quello del fallimento delle politiche dal lato dell'offerta. Non bisogna proseguire a pungolare la domanda di consumi, ma tornare a stimolare la finora fallimentare creazione di ricchezza.

La produzione in Europa sta fallendo a causa di burocrazia e di un peso fiscale da paralisi. La verità è che la forza-lavoro europea è demotivata e sull'orlo della rivolta contro la confisca sistematica del 50 per cento dei frutti del proprio lavoro. L'Europa, inoltre, non riesce ad innovare perché innovare non paga, dopo gli enormi costi di adeguamento con tutte le prescrizioni, limitazioni e restrizioni nell'ipertrofico regime di licenze ed autorizzazioni. La demoralizzazione è la vera causa della stagnazione europea, oltre ad essere la ragione di un deflusso di capitale umano a vantaggio di paesi e sistemi economici meno ostili alla creazione di ricchezza.

In una ricerca sulle cause dei differenziali di crescita tra le economie dei paesi Ocse, l'economista James Gwartney ha dimostrato l'esistenza di una correlazione inversa tra peso fiscale e crescita economica. La spiegazione è semplice ed immediata: maggiore il livello di tassazione, minori gli incentivi per fornire contributi produttivi alla società e maggiori le risorse che lasciano il settore produttivo, a tutto vantaggio di un sempre più inefficiente apparato di governo. L'analisi di Gwartney spiega anche perché alcune economie  continentali, come quella belga, hanno smesso di crescere. Il peso fiscale belga è circa il 9 per cento superiore alla media Ocse e 15 punti percentuali sopra il livello fiscale di Stati Uniti e Giappone.


    
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About the authors:

Dr. Martin De  Vlieghere  is economist and doctor of philosophy since 1993.  His PhD was written on the conditionsof modernity in the works of Habermas and Hayek. He has been assistant professor at the Department of Philosophy of the University of Ghent. He is president of the "Free Association for Civilization Studies" and member of the board of directors of Nova Civitas.   Paul Vreymans is economitrist and advisor at the Free Institute for Economic Research. As an international businessman he is a close witness of Europe's industrial collapse and the rise of the parasitical bureaucratic complex. He is a founding member of the Brussels' think tank WorkForAll. 

   





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