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Il
"modello sociale europeo" si dimostra sempre più inadeguato a
un mondo globalizzato. Direttamente o indirettamente, ad esso sono
riconducibili problemi quali un insormontabile debito pubblico, una
popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un
tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. In realtà il
dato reale sulla disoccupazione è assai più alto, forse
addirittura doppio, a causa della disoccupazione occulta. Tenendone
conto, essa si assesta a livelli paragonabili a quelli della
Depressione del 1932.
Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale
è superiore al 4 per cento, grazie alle locomotive cinese e
indiana (che corrono con tassi a due cifre, o poco meno) e degli Stati
Uniti, che crescono di circa il 4 per cento. Questi paesi hanno saputo
cavalcare le dinamiche della globalizzazione. Per contro l'Unione
Europea cresce ad un passo di circa l'1,5 per cento. Quali sono le
ragioni di questa avvilente performance, prodotta tra l'altro dal
più grande mercato unico del pianeta, e in un'area che potrebbe
sfruttare una imponente dotazione infrastrutturale, alti livelli di
formazione ed etica del lavoro, un clima favorevole e, non ultimo, del
grande potenziale rilasciato dal crollo della Cortina di Ferro?
L'intero arsenale di strumenti keynesiani di rilancio dell'economia
è stato messo alla prova. E ha fallito. L'imponente deficit
spending degli anni Ottanta e Novanta ha prodotto uno stock di debito
senza precedenti nella storia, senza considerare le passività
occulte generate dai sistemi pensionistici a ripartizione. Il debito
pensionistico non finanziato è pari oggi a circa il 285 per
cento del Prodotto interno lordo, cioè oltre quattro volte le
cifre ufficiali. In assenza di interventi appropriati, nei prossimi due
decenni saranno necessari aumenti d'imposta tra 5 e 15 punti
percentuali solo per mantenere inalterata questa incidenza di debito,
uccidendo definitivamente la crescita. Le fondamenta del modello
sociale europeo poggiano essenzialmente su debiti che dovranno essere
onorati dalle generazioni future.
Anche la politica monetaria europea ha fallito: la crescita della massa
monetaria M3 ha ecceduto, dal lancio dell'Euro, il tasso di crescita
economica reale di un 5 per cento medio. I tassi d'interesse
reali sono negativi da parecchi anni, e l'ovvio effetto di questa
situazione è stato lo sviluppo di una asset inflation e di
una bolla speculativa senza precedenti, la cui manifestazione
più evidente si osserva nel settore immobiliare. Nello sforzo di
continuare a ballare sul Titanic, la catastrofica situazione europea
viene sistematicamente occultata all'opinione pubblica. Eppure,
dovrebbe essere chiaro che il problema dell'Europa è quello del
fallimento delle politiche dal lato dell'offerta. Non bisogna
proseguire a pungolare la domanda di consumi, ma tornare a stimolare la
finora fallimentare creazione di ricchezza.
La produzione in Europa sta fallendo a causa di burocrazia e di un peso
fiscale da paralisi. La verità è che la forza-lavoro
europea è demotivata e sull'orlo della rivolta contro la
confisca sistematica del 50 per cento dei frutti del proprio lavoro.
L'Europa, inoltre, non riesce ad innovare perché innovare non
paga, dopo gli enormi costi di adeguamento con tutte le prescrizioni,
limitazioni e restrizioni nell'ipertrofico regime di licenze ed
autorizzazioni. La demoralizzazione è la vera causa della
stagnazione europea, oltre ad essere la ragione di un deflusso di
capitale umano a vantaggio di paesi e sistemi economici meno ostili
alla creazione di ricchezza.
In una ricerca sulle cause dei differenziali di crescita tra le
economie dei paesi Ocse, l'economista James Gwartney ha dimostrato
l'esistenza di una correlazione inversa tra peso fiscale e crescita
economica. La spiegazione è semplice ed immediata: maggiore il
livello di tassazione, minori gli incentivi per fornire contributi
produttivi alla società e maggiori le risorse che lasciano il
settore produttivo, a tutto vantaggio di un sempre più
inefficiente apparato di governo. L'analisi di Gwartney spiega anche
perché alcune economie continentali, come quella belga,
hanno smesso di crescere. Il peso fiscale belga è circa il 9 per
cento superiore alla media Ocse e 15 punti percentuali sopra il livello
fiscale di Stati Uniti e Giappone.
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About
the authors:
Dr.
Martin De Vlieghere is economist and doctor of philosophy
since 1993. His PhD was written on the conditionsof modernity in
the works of Habermas and Hayek. He has been assistant professor at the
Department of Philosophy of the University of Ghent. He is president of
the "Free Association for Civilization Studies" and member of the board
of directors of Nova Civitas. Paul Vreymans is economitrist
and advisor at the Free Institute for Economic Research. As an
international businessman he is a close witness of Europe's industrial
collapse and the rise of the parasitical bureaucratic complex. He is a
founding member of the Brussels' think tank WorkForAll.

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