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Con livelli di
spesa pubblica molto bassi, lo Stato non é in grado
nemmeno di garantire il rispetto dei contratti privati e la protezione
dei diritti di proprietá, ed in tal caso la crescita é
molto bassa. Con
livelli molto elevati di spesa pubblica, i cittadini non hanno
sufficienti incentivi a investire e produrre, poiché la
tassazione
necessaria a finanziare tale livello di spesa pubblica é
esorbitante,
ed anche in questo caso la crescita é molto bassa. É
ragionevole
ritenere che, partendo da un livello molto basso di spesa pubblica
(ovvero il caso in cui il settore pubblico non é nemmeno in
grado di
garantire il minimo funzionamento dei mercati), un aumento di spesa sia
positivo per la crescita. Altrettanto ragionevole é immaginare
che, con
livelli oppressivi di spesa pubblica, una sua diminuzione faccia
aumentare la crescita. Pertanto esisterá un livello ottimo di
spesa
pubblica che massimizza la crescita del reddito nazionale. In
particolare, tale livello risulta minore di quello che massimizza le
entrate fiscali (ovvero il punto di massimo della Laffer Curve)
Giustificazioni
teoriche
Mentre la curva di Laffer é un risultato teorico di
molti modelli di
tassazione ottima, la curva di Armey
non ha una fondazione rigorosa
generalmente accettata. Ma esistono vari modelli che spiegano come un
eccesso di spesa pubblica possa essere negativo per la crescita.
Possiamo dividere gli effetti della spesa in due filoni: quello dal
lato dell’imposizione fiscale, e quello dal lato della spesa vera e
propria.
Come noto, l’imposizione fiscale
introduce una distorsione nel
comportatemento degli agenti economici, e pertanto riduce l’efficienza.
Ovviamente quando
la spesa da finanziare é elevata, le tasse saranno anch’esse
elevate, e la distorsione generata sará maggiore. Se
poi analizziamo il fenomeno da un punto di vista dinamico, una
imposizione fiscale molto elevata su redditi da lavoro e da capitale
riduce la crescita tramite la disincentivazione all’accumulazione di
capitale (sia fisico che umano). Dal punto di vista della
spesa, gli effetti sono meno chiari.
Ci sono delle attivitá dello
Stato che anche il piú incallito libertario probabilmente
riterrebbe necessarie,
come appunto la tutela dei diritti di proprietá e l’enforcement
dei
contratti privati, ma anche la difesa del territorio nazionale.
D’altronde, vi sono impieghi delle risorse pubbliche che anche
il piú incallito statalista vedrebbe come negativi, come tutte
le
attivitá di clientelismo che trasferiscono denaro pubblico verso
gli
elettori di un determinato politico interessato a ottenere vantaggi
elettorali.
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E ancora, da un punto di vista dinamico, la
spesa pubblica puó essere positiva per la crescita nel caso in
cui sia
complementare alla spesa privata (un caso é quello della tutela
dei
diritti di proprietá), mentre nel caso in cui sia sostitutiva
puó
rallentare la crescita. Un esempio di quest’ultimo effetto sono i
generosi sussidi ad imprese in settori maturi, dove la ricerca
e lo sviluppo sono nulli. In tal caso, il governo drena risorse dalle
imprese piú produttive e tecnologicamente avanzate per
distribuirle a
imprese che in molti casi dovrebbero essere giá fuori mercato,
mantenendole in vita artificialmente (pensiamo per esempio alla
politica agricola europea). Non solo, ma incentiva la nascita di
imprese proprio nei settori che ricevono sussidi, riducendo invece,
tramite una maggiore pressione fiscale, gli incentivi al rischio in
settori nuovi e ad alto contenuto tecnologico e innovativo.
Un effetto negativo della spesa pubblica sulla crescita si
ha tramite fenomeni legati alla ricerca di consenso politico da parte
di chi é responsabile della gestione della cosa pubblica.
Una letteratura ormai praticamente sterminata (per il lettore
interessato, rinviamo all’ottimo libro di Persson e Tabellini (2000)
mostra come il fatto che cittadini e politici abbiano obiettivi
differenti (il benessere della propria famiglia i primi, la rielezione
e la massimizzazione del potere politico i secondi) renda la gestione
della spesa pubblica inefficiente. Un esempio é il tristemente
noto
voto di scambio, ovvero la promessa di un posto di lavoro in un ente
pubblico in cambio dell’appoggio elettorale e del voto dei cittadini.
In tal caso, sorgono due tipi di inefficienza: la prima, prettamente
economica, é che il posto di lavoro non va al lavoratore
piú meritevole
e adatto, ma a quello meno produttivo che renderá un servizio di
bassa
qualitá ai cittadini; la seconda, di profilo piú
politico, é che un
candidato che non sarebbe stato altrimenti eletto (per
incapacitá o
perché non gradito ai cittadini) riesce ad ottenere una carica
politica, e pertanto prenderá decisioni sulle scelte di spesa
future,
probabilmente con lo stesso criterio clientelare.
Un altro esempio é il
lobbying, ovvero la pressione esercitata sulle decisioni politiche da
parte di gruppi minoritari ma particolarmente abili a fa r sentire la
propria voce e a mobilitare risorse economiche e/o umane per il
perseguimento dell’interesse del gruppo stesso. In tal caso, la lobby
influenza la decisione politica indirizzandola verso un obiettivo
favorevole al gruppo, anche se in contrasto con l’interesse della
maggioranza della societá. L’elenco dei provvedimenti
legislativi
emanati dalle istituzioni italiane per favorire una determinata lobby
richiederebbe pagine e pagine: dalle norme ipergarantiste nel mercato
del lavoro, alle piú recenti rottamazioni, ai rinnovi
contrattuali del
pubblico impiego, ai continui ripianamenti di posizioni debitorie
croniche di imprese statali decotte, ai piani di prepensionamento.
L’elenco dei provvedimenti non presi o ridimensionati o addirittura
annunciati e ritirati, sarebbe probabilmente altrettanto vasto
(prendiamo l’esempio della liberalizzazione dei taxi, o il lancio dei
fondi pensione, o la liberalizzazione delle licenze commerciali).
Evidenza
empirica
La letteratura sulla
relazione tra spesa pubblica e crescita
economica include anche alcuni contributi di analisi dei dati. É
interessante a tal proposito il meritevole lavoro di Tanzi e Schuknecht (2000) che, grazie a una
minuziosa ricostruzione dei dati a partire dal diciannovesimo secolo,
mostra come la
crescita secolare della spesa pubblica abbia portato miglioramenti
sociali ed economici abbastanza limitati, in particolare negli ultimi
35 anni. Se si eccettua una riduzione della disuguaglianza nei redditi
(che non é detto sia sempre un risultato desiderabile, visto che
la
maggiore disuguaglianza ha anche effetti positivi, tramite i maggiori
incentivi all’accumulazione di capitale umano), tutti gli altri
indicatori socioeconomici che il loro studio prende in considerazione
(quali per esempio tasso di crescita, accumulazione di capitale,
inflazione, disoccupazione, speranza di vita, mortalitá
infantile) non
risultano essere particolarmente migliori in paesi con elevata spesa
pubblica.
Vedder e Galloway (1998) sono forse i primi a
interrogarsi sulla relazione tra spesa pubblica e crescita, e stimano
un livello ottimale di spesa pubblica per gli Stati Uniti pari al
17.45% del PIL per il periodo 1947-1997.
Stimano inoltre una Armey curve di lungo periodo (circa un secolo) che
implica livelli ottimali di spesa pubblica attorno all’13%. In una
comparazione di lungo periodo, vengono stimati i livelli ottimali di
spesa pubblica per vari Paesi: Svezia 19%, Italia 22%,
Danimarca 26%, Canada e Regno Unito 21%.
In realtá la tecnica di stima nel lavoro soprammenzionato non
pare
particolarmente raffinata. Le stime ottenute vanno quindi interpretate
con molta cautela.
Un recente studio di Schaltegger and Torgler (2006) cerca di stimare la
curva di Armey nel sistema federale svizzero.
I cantoni godono infatti di una forte autonomia fiscale, sia dal lato
delle entrate che dal lato delle spese, e conducono la loro politica
economica in modo autonomo, con pochissime possibilitá di
intromissione
da parte del governo federale. In tal modo, é possibile
confrontare gli
effetti della spesa sulla crescita in un campione abbastanza omogeneo
rispetto ad altre caratteristiche. I risultati sono molto interessanti:
la spesa pubblica corrente ha un
effetto negativo sulla
crescita, mentre la spesa per investimenti non ha nessun impatto. Gli
autori pertanto deducono che i cantoni svizzeri si trovano sulla parte
decrescente della curva di Armey.
La spesa pubblica puó inoltre
spiazzare gli investimenti privati: Alesina, Ardagna, Perotti e Schiantarelli (2002)
mostrano come questo effetto sia trasmesso tramite un aumento del costo
del lavoro, che implica minori profitti e quindi un calo degli
investimenti privati.
Infine, un fenomeno particolarmente
importante da tenere in considerazione in un’analisi dinamica é
la persistenza della spesa pubblica. In una
societá democratica, il livello di spesa é ovviamente
legato alle preferenze politiche dei cittadini. Alesina e Fuchs (2006) identificano quello che
potremmo chiamare l’effetto
Goodbye Lenin: le preferenze degli individui per una maggiore spesa
pubblica sono molto persistenti, ovvero una maggiore spesa pubblica
induce gli individui a preferire maggiore spesa pubblica. Pertanto, una
volta generato un aumento, diventa molto difficile per un Paese
democratico far diminuire la spesa. I due autori hanno testato
questa ipotesi nel caso della Germania. Nel 1990, la riunificazione
tedesca ha riunito sotto lo stesso governo coloro che avevano vissuto
dalla fine della Seconda Guerra Mondiale rispettivamente sotto il
capitalismo e sotto il comunismo.
É pertanto possibile testare se, nel
nuovo sistema politico ed economico, coloro che hanno vissuto a lungo
in un sistema comunista continuano a preferire un maggiore intervento
pubblico nell’economia. Il lavoro riscontra come, anche controllando
per i diversi incentivi economici a cui sono sottoposti dopo la
riunificazione, e per le differenze di reddito, i cittadini
dell’Est continuino sistematicamente ad essere piú favorevoli ad
un
maggiore interventismo statale. L’effetto é sostanzialmente
piú forte
nei soggetti piú anziani, che hanno vissuto sotto il regime
comunista
piú a lungo. Un loro calcolo reputa necessari tra i 20 e i 40
anni
affinché la riunificazione elimini del tutto gli effetti del
regime
comunista sulle preferenze individuali. In parole povere, ogni
volta che un governo decide di aumentare la spesa pubblica, sta
generando due effetti: uno di medio periodo, che genera piú o
meno
crescita a seconda che ci si trovi a sinistra o a destra del picco
della curva di Armey; e uno di lungo periodo sulle preferenze politiche
degli individui, che genererá persistenza nel livello di spesa
pubblica.
Irlanda:
una lezione per il Belpaese
Le considerazioni esposte sopra sono interessanti per
guardare al
caso italiano. Tutti gli osservatori concordano sulla necessitá
di
ridurre la spesa pubblica per il risanamento del bilancio dello Stato. Se
si ritiene che il livello della spesa pubblica in Italia sia nella
parte decrescente della curva di Armey, tale taglio avrá anche
effetti
positivi sui desolanti tassi di crescita del nostro Paese.
Per capire quale sarebbe l’effetto di un sostanzioso taglio della spesa
pubblica nel nostro Paese, é interessante ricordare il
caso irlandese (si veda a tal proposito Alesina e
Perotti (1996)).
L’Irlanda nel 1985 aveva una spesa
pubblica attorno al 55% del PIL (la spesa primaria, ovvero quella al
netto delle spese per interessi, era del 40%, con un indebitamento
quindi attorno al 15% del PIL!), mentre il rapporto debito/PIL era del
120%. La tassazione del reddito era fortemente progressiva, con
un’aliquota marginale massima del 65%. Il caso italiano,
quindi, non si discosta troppo da quello irlandese, se non nei
dettagli, e nell’appartenenza all’UME (l’Irlanda aveva comunque un
cambio legato allo SME). Il governo nel 1986 decise un
drastico taglio della spesa e delle tasse: nel giro di 3 anni, la spesa
primaria fu ridotta al 33% del PIL (ben 7 punti percentuali!), mentre
il rapporto debito/PIL si ridusse al 90% in 5 anni.
La riduzione della
spesa passó per il taglio dei trasferimenti, degli investimenti
pubblici, dei salari (rinnovati ad un tasso molto inferiore
all’inflazione) e del numero (circa il 10%) dei dipendenti pubblici, e
della spesa sanitaria. Nel 1988, il governo passó a ridurre le
aliquote
fiscali, sia sul reddito che sulle imprese, per riparare ai danni del
fallito aggiustamento del 1983 (quando un governo maldestro
aumentó pesantemente la tassazione). Quali furono gli
effetti macroeconomici di tale aggiustamento? Un tasso di crescita
superiore di 2 punti percentuali a quello medio dei Paesi G7 nei due
anni principali della manovra, e di circa 4 punti nei due anni dopo
l’aggiustamento. Successivamente, il tasso medio di crescita
dell’Irlanda é stato impressionante: dal 1985 al 2002 é
crescita al
5,6% annuo. I tassi di interesse nominali e reali si ridussero
sostanzialmente grazie alla credibilitá che i mercati
accordarono alla
manovra di aggiustamento. Grazie all’aumento del reddito disponibile e
del valore di mercato della ricchezza dei cittadini, aumentarono anche
i consumi privati (circa il 6% annuo durante l’aggiustamento). Il costo
del lavoro per unitá diminuí di circa il 10%, aumentando
cosí la
competitivitá dell’Irlanda nel mercato globale e stimolando le
esportazioni (grazie anche alla svalutazione monetaria).
Dublin porto
Alla
ricerca del tempo perduto
La situazione irlandese del 1985 non
puó non richiamare l’Italia dei
giorni nostri. Con una postilla: il lavoro di Alesina e Perotti
é del
1996 (e giá i loro risultati erano noti agli addetti ai lavori
da un
paio d’anni). Questo significa che si sono persi almeno dieci
anni in manovre e manovrine che, oltre a non stabilizzare il bilancio
pubblico, hanno costantemente tenuto il tasso di crescita del Paese al
di sotto del suo potenziale. Oggi l’Irlanda é una delle
economie piú dinamiche dell’area Euro, mentre l’Italia languisce
in una
crisi di bassa crescita, bassa competitivitá ed elevata spesa
pubblica.
Sarebbe ora che si tentasse di recuperare almeno in parte il tempo
perduto.
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